L’inchiesta Storie di violenza 8/ 
Benestanti, colte, con buon lavoro. 
E la paura di denunciare

di La Redazione

Lei dirigente d’alto livello. Lui professore universitario, intellettuale colto e raffinato. Genitori di una bimba di nove anni. Anche felici, per un po’. Poi iniziano le esplosioni di rabbia. Ogni giorno più forti. «La violenza non sono solo le botte, è anche quel senso di terrore che lui ha costruito negli anni. Fino a rendermi prigioniera. E a trasformarmi in un’altra. Fragile, insicura, indifesa», racconta Maria Teresa, nome di fantasia, stato di prostrazione terribilmente autentico.

Una sera i vicini di casa per le urla chiamano la polizia. Lui con le parole è imbattibile. Agli agenti racconta una realtà che non esiste.

«Alla fine gli uomini in divisa mi guardano con sufficienza — ricorda Maria Teresa —. Se ne vanno. Ai loro occhi la colpa di quello che è successo è solo mia».

La storia si ripete. Per Maria Teresa l’unico rifugio diventa l’ufficio. E le cose peggiorano. Lui comincia con i pedinamenti. Quando è costretto a viaggiare per lavoro la chiama di notte. La controlla. Tanto fascino, intelligenza, prestigio si trasformano in armi spietate se usati per farti la guerra.

Maria Teresa è solo una delle tante.

Nella «upper class» italiana i maltrattamenti fisici e sessuali degli uomini sono in netto aumento. Lo sa bene chi gestisce i centri antiviolenza, da Milano a Roma, passando per Bologna:

«Se c’è un’emergenza nell’emergenza è proprio la violenza ai danni di donne benestanti, colte, spesso in carriera». Convinte, prima che succedesse a loro, che le angherie su (ex)mogli,(ex)fidanzate, (ex)compagne fossero un incidente confinato a casi eccezionali. Grave errore. Non è così, non lo è più da un pezzo. Lo insegnano storie come quella di Maria Teresa che per uscire dal suo incubo è dovuta scappare all’estero dove si è trovata un nuovo lavoro.

Lo confermano i casi di cronaca. Milano, giugno 2012. Due donne ammazzate, altrettanti assassini perbene. Un notaio che con due colpi di pistola ha scritto la parola fine sulla sua storia clandestina con una ragazza dell’Est. E un primario che ha ucciso l’ex moglie massacrandola con un mattarello.

Con efficacia ancora maggiore parlano i numeri. La ricerca più completa è targata Istat. Dati raccolti nel 2006 (da allora non è più stata aggiornata). Più sei colta e più rischi. Ha subito violenze il 46,2 per cento delle laureate contro il 17,6 delle donne che hanno solo la licenza elementare e il 28,9 per cento di quelle con licenza media.

Il benessere non protegge nemmeno dalle peggiori umiliazioni. Emma ha 49 anni e da 19 è sposata con un dirigente scolastico della provincia di Bari. Hanno due figli e vivono in un piccolo centro. La prima telefonata al centro antiviolenza arriva l’11 aprile 2011: suo marito la picchia, sulla testa, minaccia di strozzarla con la cintura dell’accappatoio, le sputa in faccia e la prende a schiaffi. Motivi futili. Emma lo giustifica. Lo giustifica anche quando lui, una sera, si presenta a casa con «una collega» (in realtà l’amante) che, dopo cena, si ferma a dormire. Emma lavora come impiegata, è colta, ha un buon tenore di vita. Potrebbe andarsene, il lavoro le permetterebbe di mantenersi. Ma con i condizionali non si va lontano.

«La verità è che le donne di ceti sociali medio-alti hanno sì il vantaggio della potenziale autonomia economica ma devono fare i conti con alcune «aggravanti» — fa notare Francesca Zajczyk, sociologa dell’Università Milano Bicocca e delegata al Comune di Milano per lo sviluppo delle politiche per le pari opportunità —. Prima di tutto hanno molto più da perdere. Buttare a mare la facciata di una famiglia rispettabile costa caro. Poi è più difficile essere credute. Spesso sono gli stessi mariti aguzzini a provocare: “Vai dai carabinieri. Ti prenderanno per pazza”. Per finire c’è la difficoltà di riconoscere un fallimento privato che inevitabilmente travolge anche la tua immagine pubblica. Chi si affiderà a un’avvocata, una dirigente, un medico che non ha avuto la forza e la capacità di difendere se stessa?».

Quelle che, nonostante tutto, trovano la forza per denunciare e andare in giudizio scoprono una strada in salita. Con una sentenza del 2010 la Cassazione ha annullato le pronunce del tribunale di Sondrio e della Corte d’appello di Milano con cui un marito era stato condannato per maltrattamenti alla moglie a otto mesi con la condizionale. La motivazione è sorprendente. «La donna era per sua stessa ammissione di carattere forte — dice la Suprema Corte — e quindi non poteva sussistere il clima di intimidazione e sopraffazione ma solo una serie di episodi di violenza inseriti in un contesto di tensione tra i coniugi».

«Ancora non sono chiari a tutti i meccanismi che impediscono a queste donne di staccarsi dai loro carnefici», osserva l’avvocato milanese Sonia Gaiola, esperta in Diritto di famiglia e Pari opportunità. Più sei forte e socialmente affermata, più spuntarla davanti al giudice diventa difficile. «Si tende a minimizzare soprattutto se si appartiene a una classe sociale elevata — spiega Anna Maria Tagliaretti, presidente del centro antiviolenza Filo Rosa Auser di Cardano al Campo —. Nonostante le ingiurie, le denigrazioni, le botte, si riapre sempre la porta di casa».

Consci del crescente disagio, i centri antiviolenza hanno cominciato a «farsi pubblicità» in nuovi contesti. «Ci siamo fatte conoscere dall’associazione industriali del nostro territorio — racconta Angela Romanin, della Casa delle donne di Bologna —. Il risultato è che ci hanno contattato diverse manager e imprenditrici con problemi». Luigia Barone dell’associazione romana Differenza donna stima nel 50 per cento la quota delle vittime provenienti da contesti sociali medio-alti. «Da noi avvocate, medici, imprenditrici, dirigenti e giornaliste non sono più una rarità», si aggiunge al coro Caterina Folli della Casa delle donne maltrattate di Milano.

Di fronte ad alcuni casi, però, la frustrazione è enorme. «Qualche mese fa ci ha contattato la moglie di un professionista con uno studio medico affermato — racconta Sabina Guanciadell’associazione per la Famiglia di Milano —. Ci ha raccontato che appena sposata lui l’aveva convinta a rinunciare al suo posto di impiegata: “Non ti preoccupare cara, le entrate non ci mancano, tu pensa ai bambini”. Poi è stato un crescendo di angherie, botte, violenze e abbruttimento».

Laura — la chiameremo così — è diventata una prigioniera in una casa a cui il marito ha fatto togliere le porte, per averla sempre sotto controllo. Non solo, per sorvegliarla ha installato telecamere e messo microspie nel telefono. «Abbiamo fatto di tutto per convincerla a prendere i figli e andarsene — continua il racconto delle operatrici del centro —. Qualche mese fa ci ha pregato di non chiamarla più. Ci ha chiesto di lasciarla stare,“tanto per me non c’è più niente da fare”. Abbiamo rispettato la sua richiesta. Ma il nostro pensiero corre spesso a quella prigione senza sbarre, eppure così impenetrabile. Dove una donna muore ogni giorno un po’».